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QSO Video Finder

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Ho sviluppato una piccola applicazione in HTML/JavaScript per le tutte le attivazioni POTA, SOTA, in portatile o semplicemente dal proprio QTH per creare un archivio personalizzato sul mio canale YouTube.

Il tool si chiama QSO Video Finder e, a fronte di una registrazione video su YouTube della propria sessione, permette a qualsiasi corrispondente con cui avete fatto un collegamento (previa digitazione del suo nominativo) di verificare al volo come avete ricevuto il suo segnale.


Ecco come funziona in pratica: poniamo che facciate un'attivazione registrando un video di un'ora, durante la quale totalizzate 10 QSO. Il tool accetta il file di log in formato .adi o .adif (funziona perfettamente anche con Ham2KPolo) ed estrapola automaticamente tutti i collegamenti fatti, chiedendovi semplicemente di inserire il timestamp del primo QSO visibile nel video. Con questi dati, genera in automatico i capitoli per la clip su YouTube.

Come collegare i tuoi QSO ai video su YouTube: la guida al tool ADIF to YouTube di Andrè VE2ZDX

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Come collegare i tuoi QSO ai video su YouTube: la guida al tool ADIF to YouTube di VE2ZDX

Se registri le tue sessioni radio in HF o in portatile e ti piacerebbe riascoltare i contatti salvati nel tuo logbook — o farli riascoltare ai tuoi corrispondenti —, c'è uno strumento gratuito che fa esattamente al caso tuo.



In un video dettagliato ed esplicativo, André VE2ZDX mostra il funzionamento del tool ADIF to YouTube, integrato nella suite disponibile su ve2zdx.com/toolkit.

A cosa serve?

L'idea alla base è semplice ma efficace: considerare YouTube non come una semplice vetrina, ma come un repository video gratuito (i video possono anche rimanere non in elenco o privati).

Lo strumento permette di combinare il file di log della tua stazione (in formato .adif) con il video della sessione per generare automaticamente la lista dei capitoli di YouTube con i callsign e gli orari del QSO regiustrati ed esportare un nuovo file ADIF arricchito con i link diretti ai singoli minuti del video, pronto da caricare su piattaforme come QRZ.com.

Il colosso d'acciaio della Guerra Fredda: storia, tecnica e segreti del radar Duga

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Durante i decenni più caldi della Guerra Fredda, gli spettri elettromagnetici di tutto il pianeta furono teatro di una guerra silenziosa ma assordante. Tra il 1976 e il 1989, chiunque accendesse un ricevitore per onde corte (HF) in qualsiasi punto della Terra rischiava di imbattersi in un disturbo ritmico, cupo e incessante: un martellamento a circa 10 Hz che ricordava un picchio.

Ribattezzato dall'ascolto mondiale con il soprannome di "Russian Woodpecker" (Il Picchio Russo), quel segnale era l'impronta digitale dell'installazione radar più imponente, costosa e segreta mai concepita dall'Unione Sovietica: il sistema radar OTH Duga (designazione GRAU 5N32).


L'imponente struttura metallica dell'antenna del radar Duga. Fonte: Bohdan Aleksandrovych / Getty Images

Genesi e modernità: la sfida dell'orizzonte

Per comprendere la nascita del Duga, occorre fare un passo indietro alla fine degli anni '50. Con lo sviluppo dei missili balistici intercontinentali (ICBM) negli Stati Uniti, la leadership militare sovietica si trovò di fronte a un problema limite della fisica: i radar tradizionali a linea di vista (Line-Of-Sight o LOS) potevano rilevare un missile nemico solo quando questo superava la curvatura della Terra.

In termini di tempo di preavviso, un radar LOS installato ai confini dell'URSS avrebbe segnalato un attacco americano con un margine di soli 7-10 minuti prima dell'impatto. Troppo poco per organizzare una risposta nucleare di ritorsione.

L'unica soluzione era "guardare oltre l'orizzonte". Nacque così l'esigenza dei radar OTH (Over-The-Horizon), in grado di sfruttare la ionosfera (gli strati F1 ed F2 situati tra i 150 e i 400 km di altitudine) come uno specchio riflettente. Facendo balzare il segnale radio tra il suolo terrestre e la ionosfera, una stazione OTH poteva proiettare la propria energia elettromagnetica a oltre 3.000 - 4.000 chilometri di distanza, rilevando la scia ionizzata lasciata dai motori dei missili balistici al momento del lancio.

Radio Caroline

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Fu un periodo d’oro, indubbiamente pionieristico ed onirico quello delle cosiddette radio clandestine. Veri e propri laboratori di dissenso culturale e fucine di idee innovative e dirompenti rispetto ai canoni tetragoni imposti dallo Stato.

Vivere di musica supportati dalla fama e dalla gloria dei milioni di fans che li ascoltavano in tutta la Gran Bretagna (e non solo) è il filo conduttore del bellissimo film I love Radio Rock ed è anche sicuramente il sogno di chi ama con tutta la propria anima la radio. Un sogno, quello di Radio Caroline, che ha ispirato questa storia.

 

Radio Caroline fu tra le più eclettiche e divenne la più famosa “radio pirata” britannica se non altro per la sua piattaforma di trasmissione: fu fondata da Ronan O’Rahilly e iniziò a trasmettere il 28 marzo 1964 da una nave al largo delle coste del Regno Unito, aggirando cosi il monopolio radiofonico della BBC per offrire musica pop e rock più giovane e libera rispetto alla programmazione ufficiale. La prima imbarcazione usata fu la MV Fredericia (ribattezzata MV Caroline) e l’annuncio inaugurale — “This is Radio Caroline on 199, your all day music station” — divenne celebre; il primo disco trasmesso fu “(I Can’t Get No) Satisfaction” dei Rolling Stones, simbolo del taglio musicale ribelle della stazione.

Il successo fu rapidissimo: in poche settimane l’emittente raggiunse milioni di ascoltatori e ispirò la nascita di molte altre stazioni clandestine; questo attirò l’attenzione del governo britannico che fu costretto ad emanare il Marine Broadcasting Offences Act nel 1967 per ostacolare il finanziamento e la collaborazione con le radio pirata, ma la legge non fermò subito Radio Caroline, che si spostò operativamente e continuò a trasmettere in vari periodi.

Voci notturne, un programma radio

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Uno dei miei sogni che coltivo fin dall’infazia è quello di creare una stazione radio personale e tutta mia. La massima soddisfazione all’epoca sarebbe stata quella di andare in diretta “on air” in frequenza, tutt’altro sapore rispetto ad oggi. Ma si sa che per trasmettere in FM, tra quadro normativo ed investimenti in infrastrutture e tecnologia, il sogno rimane appunto un sogno e resta chiuso nel cassetto. Così ho deciso di rivolgermi alla rete ed ho provato le diverse piattaforme di streaming come caster.fm, listem2myradio ed altre. Ma tutte impongono un certo limite per gli account gratuiti, ormai rarissimi. Vuoi per il limite di ascoltatori imposto, la mancanza di un autoDJ oppure per l’assenza di una chat live per interagire con i propri ascoltatori; in attesa di una soluzione defintiva, che potrebbe essere un programma live su Youtube o una webradio vera e propria a pagamento, ho pensato comunque di sfruttare caster.fm per il momento e lanciare la mia stazione radio su questa piattaforma. Potete accedere alla pagina qui.

Inviare messaggi senza wifi, rete cellulare ed internet? si può con Bitchat o meglio...

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Bitchat è un’app di messaggistica peer-to-peer decentralizzata sviluppata da Jack Dorsey, co-fondatore di Twitter, annunciata nel luglio 2025. Funziona tramite reti mesh Bluetooth Low Energy (BLE) per comunicazioni offline, senza bisogno di internet, senza bisogno di un account e di una vostra mail e non passa per nessun server centrale, praticamente non ha padroni, l’unico proprietario siete voi ed il vostro smartphone.
https://kamyarshah.com/wp-content/uploads/2020/07/Communications.jpg
credit: https://kamyarshah.com/communication-mindful-and-effective-ways-to-keep-everyone-informed/

Le radio libere in Italia: a 50 anni dalla sentenza del 1976

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Le radio libere in Italia rappresentarono un fenomeno non solo culturale, rivoluzionario e sperimentale nato intorno agli anni ‘70 ma costituirono anche un panorama di voci libere ed indipendenti ed in controtendenza al tetragono monopolio dell’emittente di Stato; fino a prima della sentenza della Corte Costituzionale del 28 luglio 1976 infatti queste radio erano considerate illegali poichè il monopolio statale delle emissioni radiofoniche spettava alla RAI.

File:Pirate cat radio (4733818713).jpg
credit: Pirate Cat Radio, da: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Pirate_cat_radio_%284733818713%29.jpg

End-Fed Half Wave 7 bande per uso QRP portatile

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Tra le mie antenne preferite e che forse prediligo in assoluto, sia per la facilità di costruzione ed in parte per la resa sul campo, c’è sicuramente la End Fed Half Wave. Che altro non è che un dipolo alimentato all’estremità pari alla mezza lunghezza d’onda della fondamentale più bassa sulla quale andremo a lavorare.

Mi era stato girato il progetto di un altro collega, Stephan HB9EAJ, che aveva realizzato una sua versione di EndFed multibanda capace di lavorare dai 60 ai 10 metri utilizzando una semplice bobina di carica (commutabile con un pulsante) del valore circa 25uH. L’antenna era cosi in grado di lavore i 40-20-15-10 se la bobina non era inserita (sfruttando quindi la mezzonda dei 40 metri che risuona anche in 20-15-10 infatti) ed i 60-30-17 nel caso opposto.

QOTA: oltre il POTA, SOTA e WWFF

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Ho spesso pensato che i programmi o diplomi come il POTA e SOTA, acronimi rispettivamente di Parks e Summit On The Air (per i non addetti ai lavori…) possono essere a volte limitativi dell’attività radio svolta in mobilità.

Questi due programmi, rispettivamente americano il POTA ed inglese il SOTA, prevedono appunto l’attivazione di referenze specifiche (parchi o cime referenziati) da parte di noi radioamatori, ma spesso possono essere lontane dal nostro QTH o presenti in poche unità, costringendoci così ad attivare sempre le stesse referenze o a programmare lunghi trasferimenti per attivare quella specifica referenza lontana.

Cwdec, pratica in telegrafia

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Ogni tanto si fanno delle scoperte molto interessanti senza girare troppo per la rete alla ricerca di programmi noti per la pratica di trasmissione in CW. E’ il caso appunto di CWdec by IV3FHH.

Ho scoperto infatti alla Fiera di Pordenone (che del radiamatore ormai ha ben poco o nulla, ma questo è un altro discorso…) il software CWdec del collega Massimo IV3FHH. Un software davvero essenziale, con un’interfaccia pulita e con pochi fronzoli, che Massimo utilizzava come dimostrazione in trasmissione per il tasto verticale per avvicinare ed incuriosire i neofiti a questo meraviglioso modo di trasmissione. L’unico tra l’atro che io uso in radio.

Al che ci ho fatto quattro chiacchere e gentilmente Massimo mi ha fornito il link per scaricare il software (del tutto gratuito) direttamente dalla sezione ARI di Pordenone, vi lascio il link sotto.

Beh, che dire, provatelo. L’interfaccia come dicevo è davvero molto pulita ed essenziale, come piace a me, con pochi fronzoli e focalizzata su ciò che conta davvero; ma quello che mi ha lasciato davvero di stucco è la latenza pressochè nulla dell’utilizzo sia del tasto verticale sia del paddle.

Il collegamento che ho usato lo vedete qui soto, si tratta di un’interfaccia db9/usb che ho collegato direttamente al paddle nel mio caso con i sueguenti collegamenti che vedete in foto:

Tra l’altro ho suggerito alcune modifiche e feature a Massimo che le accolte davvero molto volentieri e le implementarà in una futura release. Il software comprende già un ottimo manuale dettagliato che vi guiderà passo passo nel suo utilizzo. Non serve nemmeno installarlo, è un eseguibile. Avviatelo come amministratore e siete pronti a fare pratica di trasmissione.

Il software tra l’altro offre anche un’ottima sessione dedicata agli esercizi di ricezione completamente configurabili in base alle proprie esigenze ed abilità con 37 livelli fino a 30 wpm.

Che dire…non vi resta che scaricarlo e provarlo e ditemi nei commenti come vi siete trovati.

Buoni QSO a tutti,

72/73 de IU3QOA Riccardo

Link utili

CWdec by IV3FHH download

Collegamenti hardware per il tasto via USB/db9

End Fed Half Wave verticale per i 20 metri

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Ho voluto realizzare questa semplice antenna per capire la resa effettiva e se, come si dice nel web, effettivamente sia un'antenna performante per i DX.

Cominciamo subito con il dire che quest'antenna, rispetto al classico dipolo, o meglio al dipolo OCF che io uso in stazione fisa, dovrebbe garantire un basso angolo di radiazione, intorno ai 15/16° favorendo così uno skip abbastanza lungo ed ottimale per i collegamenti a grande distanza. Ovviamente propagazione permettendo.

Dal momento che ho sempre trovato svariati progetti in rete e nessuno che in realtà dicesse le cose come stanno per la sua realizzazione, ho voluto scrivere questo brevissimo articolo, corredato da supporto fotografico, del procedimento del mio progetto. Seguendo quindi un approcio passo passo andiamo a vedere i vari step che bisogna seguire.

Delta loop monobanda per i 20 metri

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Tempo fa avevo scritto un articolo molto dettagliato riaguardo alla realizzazione una delta loop monobanda per i 20 metri. Purtroppo l'articolo orginale è andato perduto dal passaggio tra un sito e l'altro ma voglio comunque ricondividere con voi l'esperienza autocostruttiva affinchè comunque possa tornare utile a chi volesse cimentarsi nella costruzione di una antenna molto economica, dall'ottima resa e molto silenziosa, dicitur.

Partiamo dal presupposto che l'antenna è un vero e proprio loop, ovvero un anello chiuso. In questo caso la definizione corretta è delta loop perchè daremo all'antenna una conformazione a forma di Δ con il vertice superiore issato sull'insostituibile palo da 10 metri della spiderbeam.

Dipolo "sbandato" per gli 80 metri

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Ascoltando l'ottimo podcast di Franco IK7XJA (lo trovate qui) mi sono imbattuto nella puntata dedicata alla banda degli 80 metri e mentre ero in macchina ascoltavo con piacere l'intervento di Saverio IK7IWF che raccontava appunto della sua autocostruzione di un dipolo dedicato per gli 80 metri. 

Ora la banda bassa delle HF in questione presenta delle caratteristiche peculiari soprattutto nella stagione autunno-inverno, periodo in cui questo spettro di frequenze (ben 300 KHz) si allunga e si possono effettuare anche dei collegamenti a lunga distanza (DX) con buone probabilità, propagazione permettendo.

Tutto molto bello direte voi, ma il problema degli 80 metri (lunghezza appunto dell'onda in questione) sono appunto, non tanto la banda, quanto le antenne per operare in buone condizioni. Il dipolo full-size presenta due bracci distinti di 20 metri e dovrebbe essere installato ad un'altezza di almeno 1/4 d'onda (quindi 20 metri) per essere efficiente. Situazione altamente proibitiva se non pressochè impossibile, pochi fortunati dispongono di un traliccio di 20 metri di altezza. Altra circostanza non meno importante è la caduta dei bracci (a V invertita) che comunque risulta molto impegnativa dovendo tirare i 20 metri per braccio per installarlo in condizioni standard. Insomma, ci vuole un sacco di spazio, almeno 20 in altezza e 40 in larghezza per le condizioni canonichea.

UVB-76, una tra le number station più famose, vecchi ricordi della guerra fredda?

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Un’emissione radiofonica di origine in parte ancora ignota che attrae i neofiti delle onde corte, un suono inquietante e ripetuto ininterrottamente che non si sa quale mistero possa mai celare.

Non si sa da quanti anni il segnale radio, reiterato e continuo, viaggi nell’etere. Già questo primo aspetto misetorioso rappresenta un forte motivo di attrazione per tutti i neofiti che si avvicinano all’ascolto delle onde corte. Alcuni dicono che la trasmissione abbia avuto origine agli inizi degli anni 70, precisamente nel 1973, in piena guerra fredda. Altri invece la fanno risalire a tempi più recenti. Fatto sta che questo segnale che ricorda un suono quasi metallico, ripetuto di continuo e con cadenza regolare, ha un che di inquietante ma allo stesso tempo affascinante.

Noi radiamatori in gergo la chiamiamo The Buzzer (il cicalino) ma il suo corretto callsign è UVB-76, o almeno dovrebbe esserlo. Fu in principio una stazione radio dell’Unione Sovietica e poi Russa ed anche la sua ubicazione geografica nel tempo cambiò. Potete trovare vastissima letteratura in rete. Perciò non starò certo a riscrivere quanto già reperibile online.

Radio Venezia Giulia, una storia quasi sconosciuta

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Quasi incredibile per certi versi perchè dimostra chiaramente che i confini tracciati dall’uomo altro non sono che un tratto di penna su una carta geografica.

Questa è una storia che ha quasi dell’incredibile, una storia pressochè sconosciuta. Nemmeno io, pur appassionato di storia delle seconda guerra mondiale e di radio, e pur abitando a pochi kilometri dal luogo oggetto di questa affascinante vicenda, ne avevo mai sentito lontanamente parlare. 

Sono passati pochi mesi dalla fine della guerra, è autunnno, per la precisione il 3 novembre 1945. Una data che a molti, praticamente tutti, non dice quasi niente se non fosse che quello è il primo giorno di emissioni di una radio pirata e clandestina, Radio Venezia Giulia. Un’emittente segretamente sovvezionata e sostenuta con i fondi del governo italiano, il cui scopo era quello di informare gli italiani rimasti e lasciati oltre confine, a Trieste ed in Istria e Dalmazia, sotto la Jugoslavia di Tito. E’ il primo esperimento di guerra fredda adriatica in onde medie.

Ma dove si svolge la storia?

Siamo al Lido di Venezia, quella lunga striscia di terra che fa da argine naturale tra il mare Adriatico e la laguna di Venezia. Per la precisione siamo a sud, agli Alberoni vicino alla bocca di Malamocco, a Forte Rocchetta o Batteria Rocchetta. Questo forte costruito dagli Austriaci a metà del XIX secolo era stato già da tempo destinato ad un uso militare della marina durante la seconda guerra mondiale. E fu proprio qui che venne segretamente installato secondariamente il trasmettitore di Radio Venezia Giulia (il primo trasmettitore venne installato sul tetto della chiesa di San Nicolò sempre al Lido) che diffondeva in onde medie sui 1380 kHz bollettini, informazioni e poi veri e propri programmi e rubriche con il preciso scopo di raggiungere le terre “al dilà del mare” Adriatico. Terre abitate anche da moltissimi italiani che diventarono poi esuli Istriani e Dalmati. La vicenda con il complicatissimo ed intricatissimo scenario storico, politco e militare è descritto nei dettagli nell’interessantissimo libro di Roberto Spazzali, Radio Venezia Giulia. Informazione, propaganda e intelligence nella
“guerra fredda” adriatica (1945-1954).

Nella foto qui sotto potete vedere a sinistra il lido di Venezia e a destra il particolare della punta degli Alberoni con la Batteria Rocchetta dove venne installato il trasmettitore di Radio Venezia Giulia.

Dipolo multibanda warc 12-17-30 metri

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Prossimo progetto in cantiere approfittando di un pò di tempo libero. Voglio sperimentare questo dipolo full size per le sole bande WARC dei 12 17 e 30 MHz. Bande che prediligo per la loro “tranquillità” ed assenza di contest vari, nonchè per la presenza di stazioni che raramente arrivano sui 20mt, visto e considerato il grande QRM che c’è sempre sui 14 MHz.

Antenna Rybakov: test sul campo

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In quest’ultimo fine settimana mi sono dedicato ai test della mia Rybakov, meglio conosciuta in Italia come canna da pesca, un’antenna se vogliamo di fortuna. Pensata per l’utilizzo campale o comunque in modalità outdoor. Devo dire che dai collegamenti fatti in questi due giorni tra sabato e domenica posso ritenermi più che soddisfatto visti i collegamenti con gran parte dell’Europa dell’est e dell’ovest, dai 12 fino ai 20 metri, qualcuno anche in 40. La potenza utilizzata massima è stata di 20 watt in SSB. Direì che l’antenna ha passato l’esame.

A pesca nell'etere

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Se dovessi spiegare ad un perfetto sconosciuto chi è e cosa fa un radiomatore probabilmente non saprei da dove cominiciare. Non tanto perchè non riuscirei a spiegare nel dettaglio chi è e che cosa potrebbe fare, quanto piuttosto perchè non saprei da dove cominciare essendo in se stesso l’argomento talmente sterminato.

La cosa migliore da fare è iniziare dal principio rispondendo alla domanda: chi è un radioamatore? Il radioamatore è una persona che ama la radio, ma più precisamente ama e studia il radiantismo, ovvero come si propagando le onde elettromagnetiche nell’etere. E fin qui è abbastanza facile. 

Ma per diventare radioamatore bisogna in primis sostenere un esame ministeriale una volta passato il quale si ottiene la patente di operatore di stazione radioamatoriale. Eh si perchè il radioamatore è abilitato dal Ministero dello Sviluppo Economico ad operare una vera e propria stazione radio con un nominativo unico e specifico riconosciuto internazionalmente.

Infatti una volta passato l’esame si fa richiesta al Ministero del nominativo di stazione che è composto da una serie di lettere che apparentemente sembrano astruse, il mio nominativo internazionale è IU3QOA (in fonia è India Uniform Tre Quebec Oscar Alpha). Infatti ogni stazione radio, anche le broadcast o semplicemente un aeromobile, hanno un nominativo radio, ad esempio Radio24, RTL 102.5 o nel caso di un aeromobile una sigla che viene assegnata dall’ICAO.

Il nominativo si compone così: nel caso dell’Italia è formato dalla lettera I (in fonia ICAO si pronuncia India) seguita dal numero della zona postale (nel mio caso il triveneto è zona 3) e da due o tre lettere identificanti la stazione; dal marzo 2021 le lettere possono essere anche 4. Dopo la I e prima del numero può esservi una seconda lettera:

– W = Autorizzazione di classe B (Non più esistente)
– K, Z e U = Autorizzazione generale di Classe A, utilizzate per aumentare le combinazioni disponibili
– Alcune lettere indicano le Isole minori: es. IA5 (Elba), ID9 (Eolie), IE9 (Egadi) etc.
 

Le regioni a Statuto Speciale hanno tutte una seconda lettera dopo la I :
– X =Valle d’Aosta
– V = Friuli Venezia Giulia
– N = Trentino Alto Adige
– S = Sardegna
– T = Sicilia

Una volta ottenuto dal Ministero il nominativo di stazione però non possiamo ancora operare la stazione ma dobbiamo fare richiesta di una altro documento ovvero l‘Autorizzazione Generale che dura 10 anni e poi va rinnovata.

Nella realtà che cosa fa il radioamatore?

Adesso che abbiamo ottenuto tutte le nostre autorizzazioni possiamo cominicare la nostra attività on air e la prima cosa di cui abbiamo bisgno è un ricetrasmettore (RTX in gergo)  ed ovviamente un’antenna per ricevere e magari anche per trasmettere che è la cosa più entusiasmante. Non voglio entare nell’ambito della scelta delle radio e delle antenne, ce ne sono infatti da poche centinaia di euro a migliaia a seconda delle esigenze di ognuno di noi e alle bande sulle quali si vuole operare.

Infatti i radioamatori devono per normativa operare su delle bande di frequenze specifiche ed assegnate, al di fuori delle quali non si ha l’autorizzazione ad operare. Le frequenze sono pubblicate su di uno specifico BAND PLAN che si può reperire tranquillamente in rete, un esempio che pubblico qui è quello per le onde corte (HF) della sezione ARI di Milano.

Come potete vedere esistono diverse bande che vanno dalle onde corte appunto, dove la lunghezza dell’onda elettromagnetica va da una decina ad un centinaio di metri fino alle micro-onde dove la lunghezza d’onda va da 1 a 0,1 mm. Insomma ce n’è per tutti i gusti.

Ma la magia avviene in aria

Adesso che abbiamo la nostra radio e la nostra antenna e abbiamo deciso di ricevere e trasmettere su di una frequenza specifica che facciamo? E’ proprio qui che avviene la magia dell’etere. Infatti a differenza di tutte le telecomunicazioni ordinarie, mi riferisco al telefono e alla televesione, il collegamento qui in etere avviene direttamente (il famoso QSO) tra la mia antenna e quella dell’altra stazione radio in qualsiasi parte del mondo. Detto in parole più semplici lancio la mia chiamata generale nell’etere su di una specifica frequenza (in gergo CQ) ed attendo che qualcuno dall’altro capo ascolti la mia chiamata e mi risponda. Oppure sono io stesso in ascolto su una determinata frequenza e capto una chiamata e provo a rispondere. Ecco è proprio questa la magia, il collegamento diretto, senza ponti o server ma sfruttando soltanto ciò che madre natura ci ha messo a disposizione, ovvero la ionosfera ed il riflesso delle onde elettromagnetiche

Al giorno d’oggi, nell’era di internet, sembra un discorso antiquato e retrogrado collegare via radio una persona in qualsiasi posto del mondo usando una ricetrasmittente, invece è quanto di più affascinante esista. E’ un pò come andare a pesca nell’etere sperando di essere sentito e ricambiato con la conferma dell’avvenuto collegamento (il QSL). A volte capita che noi captiamo una chiamata ma non riuscisamo a rispondere perche la nostra “voce” non arriva all’altra stazione radio.

Oggi con internet siamo abituati ad inviare una mail o un whatsapp all’altro capo del mondo ed avere la risposta in tempo reale se il destinatario è online in quel momento. Ma quel “messaggio” inviato al destinatario innanzitutto passa via cavo e tramite una serie infinita di server che per qualsiasi ragione potrebbero essere inefficienti o nella peggiore delle ipotesi collassare per una serie sterminata di motivi.

La radio è sempre un passo avanti

Con la radio invece non rimarrete mai offline, ma sarete sempre on air, la radio è sempre un passo avanti, supera ogni spazio ed ogni confine fisico ed in caso di collassamento di internet avrete sempre un medium sul quale poter contare per qualsiasi necessità o richiesta d’aiuto. Insomma la radio per i non addetti ai lavori oggi è completamente dematerializzata, non ha struttura fisica nella sua rappresentazione, il device non esiste, ma è più viva che mai perchè ha saputo adattarsi al cambiamento in funzione delle varie necessità dell’evoluzione tecnologica e del mercato. Per noi radioamatori invece è una fedele compagna di attività, il device è più vivo che mai, le diamo ancora una forma fisica e ben precisa, ci affascina il suo corpo e tutte quelle meravigliose manopole e pulsanti con cui interagire alla ricerca di un collegamento, il più lontano possibile. Perchè ci piace immaginare che all’altro capo del mondo, magari in un isolotto sperduto nell’oceano, ci sia qualcuno cui giunge la nostra voce.

Buoni QSO a tutti e ricordatevi che la radio è vita!

Photo credit: Asheville Junction Blog

Voyager I nel 2027 compira 50 anni

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La sonda spaziale Voyager I, lanciata il 5 settembre 1977, è ancora operativa ed in grado di trasmettere i segnali ricevuti nonostante si trovi ormai ben oltre l’eliosfera a circa 23 miliardi di km dalla Terra, il limes ultimo del nostro sistema solare, dove ancora il sole con il suo vento riesce a lambire questi “luoghi” remoti, oltre ad esso inizia l’interspazio.

La sonda, alimentata a radioisotopi e con un potenza emissiva di circa 20 watt (praticamente un terzo della potenza di una lampadina che usiamo quotidianamente) è in grado di convogliare i suoi segnali alla Terra dove arrivano con una potenza  dell’ordine di 10^-16 Watt a 8.4 GHz di frequenza e con bit rate da 160 bps a 1400 bps a seconda del tipo di dati. Vi ricordo che uno dei modem più vecchi (ma nemmeno tanto) usati nella metà degli anni 90 per collegarsi ad internet, il mitologico U.S. Robotics, viaggiava a 56000 bps. Quindi fate i conti per trasferire 1MB dal Voyager a noi, circa 12 minuti alla massima velocità.

I 50 anni della luna

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Se confrontiamo la tecnologia del 1969 con quella del 2019 è come paragonare la preistoria con l’età contemporanea: chi avrebbe mai immaginato una evoluzione così repentina ed esponenziale della tecnologia, del potere di calcolo e soprattutto dei mezzi di comunicazione come in questi ultimi trent’anni?

Eppure sulla Luna non vi è nessuna base d’istanza, almeno per quanto ci è dato sapere. Quest’anno, come i più vecchi di noi ricordano, ricorre il 50° anniversario dell’allunaggio ad opera dell’Apollo 11. Una missione entrata nella storia, che si riassume tutta nella pluricitata frase pronunciata (dicunt) da Neil Armstrong:

"Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità"

Al dilà del fatto che anche il concepimento di una frase simile non fosse frutto del caso e figlia dell’emotività di quell’istante bensì frutto di una pianificazione studiata a tavolino (e giustamente a mio modo di vedere), come del resto si fa per tutte le missioni che si suppone entreranno a pieno titolo nella storia, a me è sempre rimasto il dubbio se quella sia stata davvero la prima volta che l’uomo ha messo davvero piede sul nostro staellite.

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